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CRITICA DELLA STORIA

Quaderni di studi storici

IL TRIBUNALE DELLA STORIA: L’ITALIA ENTRA NELLA GRANDE GUERRA, TRADIMENTO O SACRO EGOISMO?


battaglia isso

Fantasticate come potrebbe essere, se esistesse, un immaginario tribunale della Storia. Socchiudete gli occhi e raffiguratevi la maestosa bellezza del dipinto "La battaglia di Isso" di Altdorfer. Uno scenario sconfinato e senza tempo dove si svolge la Storia del mondo, sovrastato da un cielo apocalittico nel quale un sole ed una luna lontani appaiono spettrali osservatori. Al centro, come nel dipinto, una città sconosciuta, e nel mezzo di questa, una costruzione gotica la cui sommità si innalza verso l'infinito. E' il tribunale della Storia. Lo riempiono aule silenziose. Labirintici corridoi si perdono nell'ovattata quiete. Misteriosi cancellieri li percorrono carichi di fascicoli polverosi. Immaginate che la Storia, entità immateriale del destino, in questo ideale tribunale voglia processare l'Italia per il suo ingresso nella prima guerra mondiale.Molto spesso capita infatti di ascoltare severi giudizi sul modo con il quale l'Italia entrò nel primo conflitto mondiale. Sovente capita di leggere che l'Italia "non termina mai le sue guerre dalla parte in cui le ha cominciate".

 

Io ho sognato questo processo, una notte. Quello che segue ne è il racconto.
Un processo nel quale tutti i fatti storici riportati sono precisamente reali e accaduti.

" Vedo la Corte entrare in aula. Un'enorme stanza neoclassica rivestita di marmi lucenti sui quali poggiano mastodontici scranni e banchi di legno scuro, massicci come giganteschi velieri corsari, illuminati da una fredda luce che penetra da smisurate vetrate colorate a mosaico.
La Corte è composta di tre Giudici. Indossano una toga nera e sgualcita, ornata di fregi dorati.
Grandi parrucche bianche avvolgono il loro capo. Sembrano accigliati, ma un lampo nei loro occhi mi fa intravedere un'allegra ironia.
Uno di essi solennemente legge il capo di imputazione.

"L'Italia è accusata di tradimento dell'Impero Austro Ungarico e dell'Impero Tedesco, alleati nella Triplice Alleanza, consumato con l'ingresso nella prima guerra mondiale al fianco di Gran Bretagna, Francia e Russia."

Un silenzio carico di tensione riempie l'aula. Mi manca il respiro.
Si alza allora l'Avvocato dell'Italia. E' un giovane. Alto, magro, gli occhi chiari d'estatico. Ho l'impressione che tremi anche un poco, sotto la toga nera come la notte profonda.pasquale stanislao mancini
Si schiarisce la voce e comincia a parlare.

" Ad esaminare con attenzione i fatti relativi alla prima Guerra Mondiale non pare proprio che l'accusa sia fondata. L'imputata si dichiara pertanto non colpevole.
Rammento, dunque, a questa Corte in maniera sintetica e schematica la situazione storica e gli accadimenti di allora. I fatti parleranno da soli.
- Una situazione di tensione politica con la vicina Francia - per ragioni coloniali ed economiche, ma anche perché siamo all'indomani della presa di Roma del 1870 – spinge l'Italia a stipulare nel 1882 un Trattato di Alleanza, firmato dal ministro Pasquale Stanislao Mancini, la Triplice Alleanza (1), con la Germania e con l'Austria, più volte rinnovato con clausole aggiuntive. ( 1887, 1891, 1896, 1902, 1908 e 1912).
- Tale Trattato, il cui scopo è quello dell'equilibrio fra le potenze europee, è un patto di carattere difensivo. Esso prevede, fra l'altro, l'impegno ad una consultazione reciproca su questioni che potessero presentarsi, l'aiuto nel caso che una delle tre potenze contraenti, senza provocazione diretta da parte sua, fosse attaccata da due potenze e la neutralità benevola nel caso che una delle potenze contraenti, qualora una grande potenza non firmataria del presente trattato minacciasse la sua sicurezza, fosse costretta a dichiarare guerra.
- Una clausola aggiuntiva, incorporata nel testo nel 1891, stabilisce compensi per l'Italia nel caso di mutamenti nello scacchiere balcanico a favore dell'Austria.antonino sangiuliano
- Il Trattato del 1882 è accompagnato da una dichiarazione, voluta dall'Italia, che precisa come esso non potesse essere rivolto contro la Gran Bretagna. Nel 1896 la Germania rifiuta di ripetere nel Trattato tale dichiarazione, che tuttavia continua ad avere importanza per parte italiana.
- L'Italia e la Francia stipulano nel 1902 un accordo in cui si definiscono le rispettive sfere di influenza in Africa: Marocco per la Francia, Tripolitania per l'Italia. Il cancelliere tedesco Von Bulow conia la famosa battuta dei "giri di valzer" dell'Italia. Il von bulowTrattato della Triplice Alleanza viene rinnovato precisando che eventuali patti di amicizia dei contraenti con altri non devono pregiudicare l'efficacia difensiva dell'alleanza.
- Nel 1909 l'Austria annette la Bosnia e l'Erzegovina, con la minaccia di un intervento tedesco contro la Serbia e la Russia. Si innesca a causa di questi comportamenti una corsa agli armamenti di tutti gli stati europei. La natura della Triplice Alleanza perde il suo carattere difensivo rendendo difficile la permanenza dell'Italia nell'alleanza.
- Nel 1911 l'Italia combatte la guerra di Libia con la Turchia. Vince, ma con grave dispendio di energie e mezzi per l'esercito. Secondo la tesi di Franco Cardini e Sergio Valzania nel loro libro " La scintilla" la guerra di Libia porta, secondo una concatenazione di eventi che gli autori evidenziano, alla scoppio della grande crisi che è sfociata nella grande guerra.
- Il 28 giugno 1914, l'arciduca d'Austria Francesco Ferdinando e la moglie Sofia vengono uccisi da un attentatore serbo, senza che via sia alcuna prova in merito al coinvolgimento del governo serbo.
- Nel corso della susseguente crisi fra Austria e Serbia, l'Italia e all'Inghilterra propongono un negoziato internazionale per comporre pacificamente il contenzioso fra Austria e Serbia. L'Austria respinge la proposta dell'Italia e dell'Inghilterra di una conferenza internazionale.
- Il Presidente del Consiglio italiano è Antonio Salandra, il Ministro degli esteri è Antonino di San Giuliano. Il ministro di San Giuliano prima, e l'Ambasciatore italiano a Berlino, Riccardo Bollati poi, esprimono il parere negativo dell'Italia in merito a eventuali modifiche unilaterali da parte dell'Austria dell'assetto politico e territoriale nei Balcani. Si paventa una guerra dell'Austria alla Serbia. Ciò comporterebbe la necessità di compensazioni territoriali a favore dell'Italia, fra cui Trento, ai sensi dell'art. VII del Trattato.antonio salandra
- Il 23 luglio 1914 l'Austria comunica alla Serbia, senza preavvertire l'Italia, un ultimatum contenente tutta una serie di durissime condizioni che vengono accettate, tranne la partecipazione di funzionari austriaci alle indagini sull'attentato, perché ciò avrebbe menomato la sovranità serba.
- Il 28 luglio 2014 l'Austria dichiara guerra alla Serbia.
- La Germania fa pressione sul governo austriaco affinchè esaudisca le richieste italiane di compensazioni territoriali. Viene mandato a Roma l'ex Cancelliere Von Bulow affichè perori la causa dell'Alleanza.
- Il 30 luglio 2014 lo Zar di Russia, legata da un'alleanza alla Serbia, firma l'ordine di mobilitazione generale.
- Il 31 luglio il ministro degli esteri di San Giuliano comunica in un colloquio con gli ambasciatori tedesco ed austriaco che l'Italia se parteciperà alla guerra, secondo i suoi interessi che desidera mettere in armonia con quelli dei suoi alleati, " sarà di nostra libera volontà perché ai sensi del trattato non vi è casus foederis".
- Il 1° agosto la Germania, dopo aver dato senza successo un ultimatum di smobilitazione alla Russia le dichiara guerra.
- Il 3 agosto la Germania dichiara guerra alla Francia e invade il Belgio violando così la neutralità di questo paese.
- L'Italia dichiara la sua neutralità, secondo quanto già esposto, il 31 luglio. Deve tenere anche conto dell'alleanza con l'Inghilterra. Già il 9 agosto di San Giuliano prospetta in una lettera a Salandra l'ipotesi di una guerra contro l'Austria e cerca contatti con Londra.
- In seguito alla violazione della sovranità del Belgio il governo inglese dichiara guerra alla Germania il 4 agosto. Seguono fra il 6 e il 12 agosto, le dichiarazioni di guerra dell'Austria alla Russia e della Francia e dell'Inghilterra all'Austria.
- In Belgio i tedeschi infieriscono sulla popolazione civile. "Uomini , donne, vecchi e bambini furono catturati, tenuti come ostaggi e sottoposti a ogni sopruso. Molte donne furono stuprate. Decine di migliaia di adulti, uomini e donne, furono caricati sui treni e trasferiti in campi di concentramento in Germania, dove furono costretti ai lavori forzati... Spesso i civili, uomini, donne e bambini, erano fucilati immediatamente in pubblico per terrorizzare la popolazione ... furono circa 6000 i civili belgi uccisi.." .(2)
- Nella seconda battaglia di Ypres, il 22 aprile 1915, la Germania utilizza per prima i gas asfissianti contro il nemico.
- Lo stato dell'esercito italiano e soprattutto la situazione dell'artiglieria non consentono di entrare in guerra prima della fine del maggio 1915.
- Sulla valutazione delle decisioni da assumere in merito alle alleanze il governo italiano deve tenere anche conto del rischio di eventuali bombardamenti navali inglesi e francesi alle coste italiane.
- "Sin dall'inizio della crisi di luglio (anzi ancor prima) l'Italia agli occhi di Vienna è un'alleata infida e fastidiosa da lasciare all'oscuro delle proprie intenzioni, da tener buona con vaghe promesse e velate minacce. Soltanto con il passare dei mesi, per necessità, davanti alla prospettiva di veder schierato un esercito nemico sull'Isonzo mentre è in difficoltà sul fronte galiziano, Vienna si dichiara disposta a dare qualche compensazione all'Italia." (3) Con la riserva mentale di rimangiarsi tutto all'indomani della vittoria.
- Il comportamento dei tedeschi è più scaltro e all'apparenza conciliante. Ricordiamo gli enormi interessi economici che la Germania aveva nella penisola, ad esempio attraverso il controllo della Banca Commerciale. In realtà condivide con Vienna la stessa riserva mentale in merito alle concessioni territoriali per l'Italia.
- Nel 1914 all'Italia mancano ancora il Trentino, la Venezia Giulia e Trieste. Fra gli italiani è sempre vivo un sentimento antiaustriaco e diffusa la sensazione che il processo risorgimentale debba ancora essere completato. Sebbene la maggioranza degli italiani sia contraria all'intervento, se proprio guerra deve essere, preferiscono farla al fianco di Gran Bretagna e Francia.
- Risale al Risorgimento la grande amicizia con la Gran Bretagna che ha anche interesse ad un'Italia forte da contrapporre alla Francia nel Mediterraneo.
- I due fronti contrapposti, rappresentano gli uni, Gran Bretagna e Francia, non la Russia, paesi liberali e democratici, gli altri, Germania e Austria, stati con regimi autoritari e militaristi. Due visioni, due mondi differenti. L'Italia si colloca in una posizione più vicina ai primi che ai secondi.
- Il 10 aprile 2015 l'Italia – Presidente del Consiglio Salandra e Ministro degli Esteri Sonnino,sonnino che è succeduto al di San Giuliano morto prematuramente - avanza alla Germania e all'Austria l'ultima controproposta che non viene accettata. "Essa consisteva nella cessione del Trentino secondo i confini del Regno Italico del 1811 escludendo le Valli Gardena e Badia ma includendovi l'Ampezzano; il confine orientale andava corretto col trasferimento all'Italia di Gorizia e Gradisca; Trieste e il territorio adiacente dovevano costituirsi in entità autonoma, con porto franco e milizie proprie; l'arcipelago delle Curzolari, situato davanti alla costa dalmata, sarebbe stato ceduto all'Italia. Quindi restava intesa l'occupazione immediata da parte dell'Italia dei territori in tal modo ad essa ceduti. Inoltre andava riconosciuta la piena sovranità italiana su Valona, con il territorio necessario alla sua difesa, ivi compreso l'isolotto di Saseno. In compenso l'Italia si sarebbe impegnata ad osservare una perfetta neutralità verso l'Austria-Ungheria e la Germania, rinunziando a valersi dell'art. 7 del trattato della Triplice Alleanza". (4)
- Secondo la proposta di Gran Bretagna e Francia, l'Italia "con il futuro trattato di pace avrebbe ottenuto il Tirolo meridionale (Trentino e Alto Adige), perciò con il confine tracciato sullo spartiacque alpino; quindi le contee di Gorizia e di Gradisca, il territorio di Trieste e l'intera penisola istriana fino al golfo del Quarnaro, comprese Volosca e le isole di Cheso e Lussino. Per quanto riguardava la dalmazia, gran parte delle isole sarebbe passata all'Italia, come pure l'omonima provincia fra Lisarika a nord e Capo Planka a sud: quindi con le città di Zara, Sebenico e Trau; ... All'Italia sarebbe stato assicurato il pieno dominio di Valona, con l'isola di Saseno e un territorio sufficiente per assicurare un'efficace difesa. Piena sovranità veniva garantita anche per le isole del Dodecaneso con il riconoscimento di zone di influenza italiana in Asia Minore e alcune rettifiche di confine in Africa. Infine la Gran Bretagna assicurava un prestito di 50 milioni di sterline a favorevoli condizioni. Da parte sua l'Italia si impegnava a condurre la guerra con tutti i mezzi disponibili in accordo con Francia, Gran Bretagna e la russia, contro tutti i loro nemici." (5)
- Il 26 aprile 1915 l'Italia firma a Londra il patto segreto con la Gran Bretagna, la Francia e la Russia, la Triplice Intesa, con il quale alle condizioni sopracitate, si impegna ad entrare in guerra a fianco di questi stati entro un mese dalla data di stipula del trattato.
- L'Italia rompe le trattative con la Germania e l'Austria e il 3 maggio 1915, denuncia la Triplice Alleanza considerando decaduto e privo di qualunque effetto il trattato di alleanza con l'Austria.
- L'11 e il 19 maggio la Germania e l'Austria comunicano ulteriori proposte all'Italia inferiori in ogni caso a quanto stipulato a Londra. Ormai è tardi.
- Il 23 maggio 1915 l'Italia dichiara guerra all'Austria-Ungheria.
- Comincia una violenta e denigratoria campagna stampa contro l'Italia in merito al supposto tradimento della Triplice Alleanza, i cui strascichi permangono ancora oggi a causa dell'ignoranza di molti sugli accadimenti e le norme del trattato.
- Solo nel 1916 l'Italia dichiara guerra anche alla Germania."

L'avvocato smette di parlare, inspira profondamente. Poi aggiunge.

"Ho terminato.
Riteniamo che dalla sola esposizione di questi fatti, appaia evidente la non colpevolezza dell'imputata."

Il difensore si siede esausto e guarda verso il fondo dell'aula che si sta riempiendo di gente.
A questo punto un altro Giudice, il viso rubicondo e l'espressione enigmatica, interviene per dare la parola all'accusa.
Si alza allora il Pubblico Ministero. Un uomo alto ed energico. E' calvo. Mi impressionano gli enormi occhi neri sotto le arcate sopraccigliari. Occhi arabi, misteriosi.
Mi pare che tremi un poco anche lui.

" Voglio esporre anch'io una serie di semplici fatti, prove ed indizi, dai quali questa Suprema Corte potrà facilmente constatare la colpevolezza dell'imputata.
- Il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Italiane, Generale Polliogenerale pollio prima e Generale Cadorna poi per brevissimo tempo, continuano a collaborare con gli omologhi di Germania e Austria per la predisposizione di piani strategici per la guerra contro la Francia.generale cadorna
- Il Re d'Italia, il 2 agosto 1914, invia dei telegrammi agli Imperatori di Germania e Austria per giustificare il mancato casus foederis e per assicurare una benevola neutralità garantendo fra l'altro " un'attitudine cordialmente amichevole verso gli alleati in conformità al Trattato"
- L'Italia per molti mesi tratta su due fronti la sua posizione sullo scacchiere internazionale. In altre parole mercanteggia la sua neutralità o la sua entrata nel conflitto con entrambi gli schieramenti. Come ha scritto Harold Nicolson in " Storia della diplomazia" essa ha considerato "alleati e nemici intercambiabili", la sua politica estera è stata tesa a ricercare "quel particolare equilibrio di forze che le consentisse di far inclinare con il proprio peso l'ago della bilancia". In altre parole " la sua politica è (stata) così non solo volubile, ma essenzialmente transitoria" (6)
Secondo Denis Mack Smith" Salandra dichiarò guerra non alla Germania, che aveva violato la neutralità belga, ma all'Austria soltanto, nei cui confronti l'Italia avanza delle egoistiche rivendicazioni territoriali. A parte il fatto che ciò costituiva una violazione del trattato di Londra, la conseguenza fu che le operazioni che seguirono diedero più l'impressione di una guerra causata da rivendicazioni particolari, che non di una lotta intrapresa per la libertà e la giustizia." " A proposito dell'infelice accenno al sacro egoismo fatto in pubblico dal presidente del Consiglio nell'ottobre di quell'anno, Nitti potè concludere ch'esso arrecò all'Italia un danno non minore di una sconfitta militare. Il realista Salandra derideva con abbastanza fondamento le speciose ideologie degli alleati, ma un realista ancor più accorto avrebbe compreso che, con un po' più di motivazioni ideali, gli Italiani avrebbero forse combattuto meglio e avrebbero ottenuto una migliore stampa all'estero e migliori condizioni di pace in seguito." (7)
- Non è fondata la distinzione che vede contrapporsi i due schieramenti come quelli fra democrazie e autocrazie. Secondo Luciano Canfora " il teorema fa acqua, tuttavia, nonostante tale formulazione ben nota si trovi ancora in qualche libro, in qualche manuale di storia: fa acqua perché accanto all'area dell'intesa franco – inglese c'è la Russia zarista, e la Russia zarista anzi è un pilastro della coalizione che combatte contro gli imperi centrali, e tutto può dirsi della Russia zarista tranne che fosse una " democrazia"." (8) Canfora evidenzia inoltre la complessità del tema e sottolinea come elementi di democrazia ( la presenza del più grande ed organizzato movimento operaio e sindacale d'Europa, il sistema elettorale a suffragio universale per il parlamento imperiale) fossero presenti in Germania mentre elementi di conservazione permanessero in Gran Bretagna e Francia ( il sistema elettorale a collegi uninominali e leggi elettorali maggioritarie che penalizzavano la minoranza), in modo tale da non permettere una dicotomia così netta degli schieramenti sulla base dei principi sopradetti.
- Una posizione di neutralità avrebbe fruttato gli stessi risultati senza i sacrifici che l'Italia ha dovuto sopportare e senza le conseguenze negative appena citate. Giolitti in particolare sosteneva questa tesi ritenendo di poter evitare la guerra accettando le nuove proposte austro tedesche e disimpegnandosi dal trattato di Londra mediante un voto contrario della maggioranza parlamentare. Trecento deputati lasciarono il loro biglietto da visita presso l'abitazione di Giolitti per manifestare il loro appoggio allo statista di Dronero.giovanni giolitti
- Il paese è nella grande parte contrario alla guerra. " Fra la maggioranza della popolazione, come risultava dai rapporti dei prefetti nell'aprile del 1915, prevaleva l'indifferenza o la preferenza per la neutralità ma con la rassegnazione alla guerra, considerata a simiglianza della siccità, della carestia, della peste." (9) Fra i neutralisti vi erano il partito socialista e i cattolici oltre a Giolitti e alla maggioranza del Parlamento che spingono per la neutralità. " Il punto di arrivo di un'iniziativa politica che appare irrituale – cioè extragovernativa, dal momento che Giolitti è fuori dal governo, ed extraparlamentare, giacchè Salandra tiene chiusa la Camera – è la celebre lettera del "parecchio". La pubblica, il 2 febbraio, il quotidiano liberale " La Tribuna ..." (10) Scrive Giolitti: " Certo io non considero la guerra come una fortuna, come i nazionalisti, ma come una disgrazia, la quale si deve affrontare solo quando è necessario per l'onore e per grandi interessi del paese. Non credo sia lecito portare il paese alla guerra per un sentimentalismo verso gli altri popoli. Per sentimento ognuno può gettare la propria vita, non quella del paese. Ma quando fosse necessario non esiterei nell'affrontare la guerra, e l'ho provato. Credo parecchio, nelle attuali condizioni dell'Europa potersi ottenere senza guerra."
Gli interventisti sono una minoranza. Nel campo dell'intervento militavano gli interventisti democratici come Salvemini, quelli che si rifacevano ad una tradizione risorgimentale come Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, la Massoneria, vicina a quelle inglese e francese, quelli come Salandra e Sonnino, che miravano al completamento dell'unificazione italiana e perseguivano mire espansionistiche. Vi erano i fautori della guerra che nella loro visione avrebbe dovuto provocare la rivoluzione, come Filippo Corridoni o Alceste De Ambris.giovanni papini
Vi erano i futuristi, i collaboratori della rivista "La Voce" come Giovanni Papini, che scriveva al momento dell'entrata in guerra: "
" Finalmente è giunto il momento dell'ira, dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell'anime per la ripulitura della terra. Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne." E concludeva "amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finchè dura. La guerra è spaventosa - e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi ". Gobetti definì questo tipo di interventi letteratura canagliesca.
Fra gli interventisti c'era anche D'Annunzio, il cui famosissimo discorso di Quarto alla viglia della dichiarazione di guerra incendiò gli animi degli interventisti. E vi era Mussolini, mussolini benitoche passa dalla neutralità a luglio, all'intervento a novembre, quando fonda il giornale "Il Popolo d'Italia", forse finanziato da industriali francesi ed italiani, anche attratti dalla possibilità di ingenti commesse militari.
Celebre è l'articolo di Mussolini intitolato " Audacia" sul primo numero del suo nuovo giornale, il "Popolo d'Italia" che si chiude con una frase premonitrice: " Il grido è una parola che io non avrei mai pronunciato in tempi normali, e che innalzo invece forte, a voce spiegata, senza infingimenti, con sicura fede, oggi: una parola paurosa e fascinatrice: guerra!"
Fra gli intellettuali ( Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto), erano sorte teorie su èlite che avrebbero dovuto contrapporsi alla massa degli uomini e che portavano a posizioni antiparlamentari e antidemocratiche. L'idea stessa di nazione era mutata. Dalle sue radici risorgimentali che la associavano al concetto di libertà, si indirizzava ora verso significati di potenza, espansione, dominio.
"A favore dell'intervento si schierarono poi, con il peso della loro influenza e del loro potere, i maggiori gruppi emergenti del capitalismo italiano. L'economia italiana, dopo la fase di intenso sviluppo attraversata nel decennio dal 1896 al 1906, era entrata in un periodo di recessione a partire dal 1907 e si trovava, alla vigilia del conflitto, in forte difficoltà. ... Gli industriali, primi fra tutti quelli dei maggiori complessi siderurgici, videro dunque nella guerra l'unica soluzione ai loro problemi e gettarono nello scontro tutta la forza delle loro entrature negli ambienti governativi nonché la loro capacità di orientamento dei maggiori organi di stampa. Tra questi si distinse il Corriere della Sera, punta di diamante dello schieramento favorevole all'entrata in guerra."(11)
Gli interventisti democratici pertanto, sinceri combattenti, con ideali risorgimentali, non si resero conto che sarebbero rimasti subalterni rispetto agli altri e che loro idee avrebbero avuto la peggio dopo la guerra.
- Quanto alle richieste formulate dall'Italia vi erano anche concessioni territoriali di terre come ad esempio la Dalmazia o le isole del Dodecaneso, che non erano terre irredente, ma la cui concessione rispondeva a logiche di potenza e dominio imperialistico, secondo una nuova idea di nazione, che si allontanava quindi dagli ideali risorgimentali.
- Fu un vero e proprio colpo di stato del re. Salandra, dopo la firma del trattato di Londra, ritenendo di non poter ottenere la fiducia del parlamento su quanto fatto in politica estera presenta le dimissioni al re. Il quale, dopo aver proposto ad alcuni, fra cui Giolitti, la presidenza del consiglio ed avendo ottenuto solo dei rifiuti, chiede a Salandra di ritirare le dimissioni. Il parlamento sotto la pressione della decisione del re e degli interventisti (che facevano più rumore della maggioranza silenziosa contraria all'intervento), il 20 maggio vota i pieni poteri all'esecutivo di Salandra. Ricordiamo che "nelle cosiddette radiose giornate di maggio, gli interventisti mobilitarono la piazza per costringere il governo e il parlamento a proclamare la guerra all'Austria. Roma divenne teatro di violente manifestazioni contro Giolitti e contro la maggioranza dei deputati, accusati di essere traditori della patria. Gruppi di interventisti diedero l'assalto a Palazzo Montecitorio." (12) Scrive Carlo Ghisalberti:" Così alla stretta finale il Parlamento, dominato dalla maggioranza giolittiana in via di completo esautoramento non seppe neanche rispondere al compito primordiale della mediazione fra Governo e paese, lasciandosi sommergere dal secondo e concedendo nolente al primo l'onere intero della più grave scelta della nostra storia unitaria. Il Governo di Salandra, sulla scia di questa prassi che in realtà, malgrado ogni affermazione contraria, dal trasformismo in poi aveva sottovalutato troppo frequentemente il legislativo escludendolo da ogni decisione di rilievo, ponendo invece nell'esecutivo il vero centro dell'iniziativa politica, per un complesso di circostanze talune delle quali avevano forse la loro radice prima nello stesso metodo giolittiano di guidare la vita pubblica, diede all'istituto parlamentare un colpo gravissimo, senza peraltro incontrarvi valida resistenza." (13)
- Nefaste sono state le conseguenze della guerra sul parlamento e sulla società italiana. Dalle ceneri del conflitto è sorto il Fascismo che ci ha accompagnati verso un'altra guerra e un disastro di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze in termini di indipendenza nazionale.
Premonitori sono gli attacchi al Parlamento nel cosiddetto "maggio radioso". Di Mussolini, con le sue invettive contro il parlamento, come il suo celebre articolo "Abbasso il Parlamento". Di D'annunzio, gabriele dannunzioche nella sua "Arringa al popolo di Roma in tumulto, la sera del XIII Maggio MCMXV afferma:" ... Se è considerato come crimine l'incitare alla violenza i cittadini, io mi vanterò di questo crimine, io lo prenderò sopra me solo. ... Ogni eccesso della forza è lecito, se vale a impedire che la Patria si perda. Voi dovete impedire che un pugno di ruffiani e di frodatori riesca a imbrattare e a perdere l'Italia" (14)
Anche un giornale quale "L'Idea nazionale" utilizza nei giorni fra le dimissioni di Salandra e la decisione del re di respingerle " uno stile intimidatorio, potenzialmente omicida" (15) " ... O il Parlamento abbatterà la Nazione, e riprenderà sul santo corpo palpitante di Lei il suo mestiere di lenone per prostituirla ancora allo straniero, o la Nazione rovescerà il Parlamento, spezzerà i banchi dei barattieri, purificherà col ferro e col fuoco le alcove dei ruffiani." (16) I neutralisti non reagiscono, non agiscono come blocco. Arretrano. I cattolici dapprima, poi i giolittiani. Restano solo i socialisti. E il parlamento si piega.
"I seguaci di Mussolini trassero dal corso degli eventi la lieta conclusione che il parlamento era ormai sorpassato e che esso sarebbe scomparso del tutto alla fine della guerra; e avevano ragione, perché il parlamento era caduto nel più completo discredito e la guerra avrebbe creato le condizioni che dovevano consentire al loro capo di affermarsi come dittatore". (17)
- I caduti italiani furono circa 670.000 compresi i 100.000 morti in prigionia. Si è trattato di una carneficina, di cui è responsabile in particolare il Generale Cadorna, con la tattica antiquata basata sui ripetuti attacchi frontali e le cosiddette " spallate".
- La guerra lascia l'Italia stremata economicamente e socialmente.
- Quanto alla politica estera, se si considera i cattivi rapporti con l'Austria che risalgono ai tempi di Radetzky e al 1866 non si devono sottacere neppure le tensioni e i contrasti con la Francia e ad esempio le questione del Trattato di Villafranca e di Nizza e Savoia. E per quanto riguarda i Tedeschi " E' appena il caso di ricordare che il nemico storico sono gli austriaci. I Tedeschi, invece, sono gli alleati dell'Italia nella Terza Guerra d'Indipendenza, la aiutano, sono anzi decisivi nell'annessione del Veneto nel 1866". (18) Senza dimenticare l'aiuto che la Germania ci diede, secondo Luciano Canfora, nella guerra di Libia.
- Se corrispondesse pure al vero che, come sostiene Gaetano Salvemini, l'alleanza con l'Austria fosse innaturale, non così era l'alleanza con la Germania, nei confronti della quale è impossibile trovare validi argomenti per una guerra. Ha scritto Rosario Romeo come "l'Italia abbia accolto l'influenza culturale tedesca in misura più vasta di ogni altro paese al di fuori dell'area di cultura tradizionalmente germanica della Mitteleuropa.".
Secondo Mario Isnenghi e Giorgio Rochat " i legami – in particolare con la Germania – vanno molto più in profondità, investono ambiti che dalle dinamiche finanziarie, bancarie ed economiche, dalla proprietà di industrie e controllo di giornali, si allargano alla ricerca scientifica e alle tecniche, spaziano dalla filologia alla filosofia, dall'arte al turismo." (19)
" Ammiratori della Germania ne esistono , nel 1914 in ogni settore della società", sia a destra dove si apprezza il modello autoritario dello stato prussiano, sia a sinistra dove " possono scorgervi il paese guida delle social democrazie e il cuore pulsante della Seconda Internazionale. E' il paese che ha dato all'umanità geni della portata della portata di Beethoven, Goethe, Hegel, personaggi che ogni europeo colto sente come parte della sua stessa composizione mentale" (20)
- Non tutte le provocazioni sono derivate dal fronte dell'Intesa. Come sosteneva Giolitti, prima dello scoppio della guerra nella Francia del Presidente Poincarè c'è stato "un risveglio di sciovinismo minaccioso. E si capisce che in Germania si sia pensato di prevenirlo".
Ho terminato. L'accusa ritiene pertanto come i fatti citati dimostrino il tradimento dell'Italia e l'insensatezza della decisione italiana di entrare in guerra e di farlo a fianco dell'Intesa e quindi, la colpevolezza dell'imputata."

Il Pubblico Ministero rimane in piedi un istante, le mani appoggiate al banco dell'accusa, la testa reclinata in avanti. Poi con uno scatto repentino si siede, immobile.
Io sono seduto in fondo all'aula dove vi sono lunghe panchine a disposizione del pubblico. L'aula intanto si è riempita. Mi circondano personaggi stravaganti. Uomini e donne di tutte le epoche storiche gremiscono il tribunale. Fra gli altri, vedo un centurione romano che ogni tanto sembra sul punto di brandire il suo gladio; un mercante medievale veneziano che discute animatamente con uno genovese, indossano meravigliosi abiti colorati e copricapo singolari; in un angolo vedo Marsilio Ficino che parla fittamente con Piero della Francesca.
E poi vedo camicie rosse di Garibaldi, soldati di ventura rinascimentali che mi paiono quelli di Giovanni dalle Bande Nere, popolane d'ogni epoca, contadini, operai, che sembrano usciti dal dipinto il " quarto stato " di Pellizza da Volpedo. Una folla spaventosa e mirabolante.
Il vociare sale paurosamente, finchè interviene un giudice che minaccia di far sgombrare l'aula battendo ripetutamente un grosso martello di legno sul banco.
Si scalmana così tanto che la parrucca pare sul punto di cadere dal capo. Ma è un attimo.
L'istruttoria prosegue poi con l'escussione di testi inutili o reticenti, fra i quali uno, in particolare, viene cacciato a pedate dagli armigeri che, agli ordini dei giudici, presidiano il tribunale, finchè viene conclusa con un boato di giubilo del pubblico.
Dopo una breve sospensione, viene data la parola per l'arringa finale al Pubblico Ministero che sostanzialmente non aggiunge nulla di nuovo a quanto già esposto e chiede la condanna dell'imputata. L'unica nota diversa è la presenza al suo fianco di una donna anziana ed aristocratica. Qualcuno sussurra che sia la madre.
A questo punto, in questo immaginario tribunale della Storia, spetta al difensore dell'Italia, dover pronunciare l'arringa finale.
Un brusio elettrico sfuma in un silenzio pesantissimo. Il giovane avvocato si alza, mi sembra invecchiato e un po' incassato nelle spalle. Ad un tratto, però, una forza ispirata ed un'energia nuova lo scuotono e paiono pervaderlo. Sembra all'improvviso più alto e più robusto. Comincia l'arringa.

"Sento il peso della storia sulle mie spalle. Sento di rappresentare secoli di civiltà.
Questa Suprema Corte sa che misteriose ed irresistibili forze dominano la Storia. L'uomo ha sondato la natura degli accadimenti attraverso gli strumenti della scienza. Politica, economica, storica e sociale. E tuttavia qualcosa di imperscrutabile ed enigmatico sfugge sempre alla logica umana. Qualcosa di insondabile ed oscuro. E' quello che è accaduto nel 1914, allorchè forze primordiali ed incontrollabili hanno portato alla guerra.
Qualcuno ritiene che nel capitalismo sia fisiologico che i vari imperialismi si scontrino prima o poi nella ricerca del loro spazio di sviluppo. Noi, intendo colei che immeritatamente rappresento ed io, pensiamo che vi sia qualcosa di più, di non catalogabile ed indecifrabile.
L'imputata si è trovata così catapultata sul palcoscenico della Storia in una vicenda gigantesca e caotica, che Emilio Gentile ha definito giustamente " L'apocalisse della modernità", titolo di un suo splendido libro.
Ad un esame obiettivo di tutti i fatti, riteniamo che l'imputata abbia agito correttamente e nulla le possa essere rimproverato, se non quegli errori inevitabili dovuti al divenire precipitoso degli eventi.
Ad un esame obiettivo di tutti i fatti e delle norme del Trattato della Triplice Intesa non si può non convenire che l'Italia fosse legata all'Austria e alla Germania da un trattato esclusivamente difensivo.
Non si può non ritenere che a violare il Trattato sia stata l'Austria, che non consultò l'Italia, come previsto dall'art. 1, ed anzi rifiutò una conferenza internazionale ed agì autonomamente aggredendo la Serbia.
In base all'art. 3, l'Italia non era tenuta all'intervento, in quanto l'Austria e la Germania non furono aggredite da due potenze ma attaccarono la Serbia, la Francia e la Russia e violarono la neutralità del Belgio.
Già nel 1913 l'allora presidente del consiglio "Giolitti aveva fatto chiaramente intendere all'Austria che l'Italia non si sarebbe associata a nessun attacco della sua alleata alla Serbia".(21)
Ed infatti la denuncia del Trattato da parte italiana fu ritenuta fondata dagli Imperi Centrali.
Ben conosciuta era inoltre l'amicizia dell'Italia con la Gran Bretagna. Amicizia dichiarata apertamente all'atto della stipula del Trattato.
Inoltre, se anche la Germania avesse potuto considerare una minaccia, ma così noi non la riteniamo, la mobilitazione generale della Russia, tuttavia, l'art. 5 del Trattato imponeva che anche in questo caso, le parti contraenti si concertassero in tempo utile. Cosa che non è stata fatta.
Anche la clausola aggiuntiva prevista dall'art. 7 è stata ampiamente disattesa durante i lunghi colloqui intercorsi per mesi. Le proposte fatte all'Italia non hanno mai soddisfatto le giuste rivendicazioni italiane. Va segnalato anche l'atteggiamento appositamente dilatorio messo in atto dall'Austria, anche per il tramite della Germania, nonché la riserva mentale di queste nazioni rispetto all'effettivo mantenimento delle proposte formulate. Secondo ... Rusconi "l'idea di fare sacrifici territoriali a favore degli italiani, nell'estremo tentativo di trattenerli dall'intervenire, si accompagna ormai esplicitamente nel capo di stato maggiore tedesco al proposito di vendicarsi in seguito e riprendersi quanto promesso o concesso. Insomma i militari tedeschi non escludono affatto un comportamento intenzionalmente sleale". (22)
Desidero evidenziare che quando vi fu l'iniziativa di Giolitti, l'Austria non sfruttò il nuovo scenario venutosi a creare in Italia e proseguì con i suoi atteggiamenti negligenti o dilatori nei confronti delle esigenze italiane, mentre Salandra e Sonnino non poterono certo rimandare a lungo e non considerare le proposte dell'Intesa.
Fra le richieste italiane rifiutate vi era ad esempio quella di procedere immediatamente, in caso di accordo, all'occupazione italiana delle terre oggetto delle concessioni austriache. Come si poteva infatti ritenere che l'Italia attendesse l'esito del conflitto? In caso di vittoria dell'intesa, non vi era alcun patto con quest'ultima per il mantenimento di un accordo preso con uno stato sconfitto. In caso di vittoria della Triplice, chi assicurava l'Italia che l'Austria avrebbe mantenuto i patti?
In particolare, venendo a considerare ora le trattative intercorse prima della denuncia del trattato da parte italiana con dichiarazione delle sua inefficacia, segnaliamo a questa Suprema Corte come sia diritto di ogni nazione ponderare bene il perseguimento dei propri interessi. Sarebbe oltremodo iniquo con l'Italia ritenere che gli altri stati non conducano anch'essi la propria politica estera pure alla luce di considerazioni di carattere utilitaristico. Gian Enrico Rusconi scrive nel suo bellissimo libro 1914: attacco a occidente:"... occorre riconoscere – prendendo atto della logica del tempo – che l'atteggiamento italiano non è un mercato delle vacche, un opportunismo senza principi. La pratica delle compensazioni/risarcimenti è un modo concreto di realizzare il principio del negoziato per appianare i contrasti in un sistema basato sull'equilibrio di potenza. O si tratta o si entra in conflitto. Si negozia e si risarcisce quando si parte dall'assunto della bontà dell'equilibrio esistente." (23)
L'Italia è un alleato che viene lasciato all'oscuro di tutte le decisioni, da tenere a bada con sfuggenti promesse e velate minacce. Solo quando si trova in difficoltà l'Austria accetta di discutere qualche compensazione territoriale. Anche sotto questo aspetto non si può pertanto parlare di tradimento italiano.
Di San Giuliano scrive il 2 agosto all'ambasciatore italiano a Vienna una lettera nella quale spiega le motivazioni della neutralità italiana:" In un paese democratico come l'Italia non è possibile fare una guerra ed ancor meno una grossa e rischiosa guerra contro la volontà ed il sentimento della nazione. Ora salvo una piccolissima minoranza la nazione si è subito rivelata unanime contro la partecipazione di una guerra originata da un atto di prepotenza dell'impero asburgico contro un piccolo popolo che essa vuole schiacciare, in opposizione ai principi liberali e al principio di nazionalità, per ambizioni politiche e territoriali più o meno dissimulate e contrarie agli interessi dell'Italia. In un paese come l'Italia si può forse senza gravissimi pericoli interni ed esterni trascinare il paese ad una guerra non rispondente al sentimento nazionale, se al buon senso del nostro popolo si possono chiaramente dimostrare vantaggi corrispondenti al pericolo ed ai sacrifici". I costi, i sacrifici ed i pericoli militari sarebbero gravissimi. "E tutto questo per cosa? Superfluo dire quali tristi eventi si sarebbero prodotti in caso di sconfitta della Triplice ma se questa avesse riportato una mediocre vittoria non avrebbe avuto la possibilità di darci compensi adeguati, e se avesse riportato vittoria completa, riducendo per molti anni Francia e Russia all'impotenza, non avrebbe avuto né interesse né volontà di darci compensi proporzionati ai sacrifici." DDI, V, 1, n.2. (24)
L'Italia aveva quindi ragioni di carattere giuridico e politico che la spinsero ad agire in un certo modo dinnanzi alla " manifesta aggressione tedesca intesa a stabilire una schiacciante egemonia teutonica sull'Europa, e dall'Europa, nel mondo." disse inoltre il ministro di San Giuliano in una conversazione con Olindo Malagodi il 3 agosto " Per conto nostro la vittoria degli imperi centrali significherebbe il servaggio: i loro ambasciatori già così prepotenti nel passato, sarebbero in casa nostra nella posizione di proconsoli imperiali."
Ed infatti il 9 agosto, di San Giuliano in una lettera segretissima a Salandra prevede la possibilità di una guerra contro l'Austria.
Non dimentichiamo inoltre che, secondo Emilio Gentile, il generale austriaco Conrad prepara, fra il 1903 e il 1913 un piano di guerra preventiva contro l'Italia. Addirittura arriva ad ipotizzare il momento propizio per i giorni successivi al terremoto di Messina. Secondo lo storico Denis Mack Smith inoltre la Germania non tenne affatto un comportamento amichevole durante la guerra di Libia.
L'Italia aveva dunque tutte le ragioni, e non aveva alcun obbligo del contrario, per prendere tempo.
E questo anche in considerazione dello stato di impreparazione del proprio esercito e del tempo occorrente per renderlo efficiente. E anche in riguardo a tutti i pericoli ai quali sarebbe andata incontro.
Giova anche ricordare come non si possa neppure affermare che l'Italia sia entrata in guerra opportunisticamente con coloro che sarebbero stati gli imminenti vincitori. Anzi, quando entrò, momento peggiore non avrebbe potuto scegliere, e la guerra fu lunga e sanguinosa.
Quanto alla collaborazione degli stati maggiori, essa non ha alcun risvolto politico risiedendo, per quanto riguarda l'Italia, il potere politico nel governo.
Inopportuni sono stati senz'altro i telegrammi inviati dal Re agli Imperatori di Germania e Austria, ma senza espressione alcuna di impegno.
Questa Suprema Corte dovrebbe anche rammentare l'importanza per l'Italia delle terre irredente. Dovrebbe ricordare l'impresa eroica dei Mille di Garibaldi, l'azione politico diplomatica di Cavour, le idee di Mazzini che forgiarono lo spirito di un'epoca leggendaria. E il padre Dante e Carducci e D'Annunzio. E dovrebbe quindi ricordare che il processo risorgimentale era incompleto. Molti italiani rimanevano fuori dai confini della patria. Italiani per cultura, italiani per storia, italiani per sentimento.
La guerra con l'Austria era dunque un completamento del Risorgimento. Alcuni lo sentivano, lo bramavano, lo sognavano. Come disse D'Annunzio quel 5 maggio:" ... i lontani scorgevano al di sotto delle discordie degli uomini, la patria profonda, sola con la sua doglia, sola col suo travaglio, sola col suo destino".
Una generazione di interventisti democratici o nazionalisti si nutrì profondamente di questo desiderio.images6KISPITF
Come ha scritto Lucio Villari su Giuseppe Bottai, volontario della Grande Guerra:" una generazione cui è toccata la febbre di volontà imperiose, un'ansia romantica di essere tra le cose della realtà e di impossessarsene, l'illusione di rigenerarle con un gesto politico o mediante un atto puro di vita morale". (25)
Una generazione infiammata dai Futuristi, da D'Annunzio: " Accesa è tuttavia l'immensa chiusa fornace, o gente nostra, o fratelli; e che accesa resti vuole il nostro genio, e che il fuoco ansi e che il fuoco fatichi sinchè tutto il metallo si strugga, sinchè la colata sia pronta, sinchè l'urto del ferro apra il varco al sangue rovente della resurrezione ..."; da Papini con le sue riviste, Lacerba o il Leonardo, o con i suoi libri, come " Un uomo finito" : " ...Ogni nastro ci sembra una bandiera; ogni brontolio lontano il fremito gigantesco di una rivolta; ogni scoppio di petardo l'annunzio di una battaglia; e ogni acquazzone il principio del secondo diluvio universale. Ascoltiamo cogli orecchi tesi il mormorio del vento e lo crediamo lo sfasciarsi del mondo; lo scalpitio di un cavallo da nolo ci fa correre alla finestra come se fosse il bucefalo nero dell'Anticristo e gli striscioni rossi del sole che cala ci fanno quasi intravedere un emisfero di fuoco che si stende al di là degli ultimi monti, dove la vita è forse un agitarsi di giganti e il cielo invece che tinto d'azzurro cristiano è color d' incendio e d' inferno. ..."
Un generazione che desiderava costruire una patria migliore, più coesa, più grande.
E a tal fine, la guerra avrebbe anche completato la creazione di un'identità nazionale rimasta fino a quel momento appannaggio di un'èlite.
Come ha scritto, in un libro molto bello, Antonio Gibelli "Si trattava infatti di riprendere un cammino laddove era stato interrotto e impedito, di reagire ai limiti e alle degenerazioni della classe dirigente post-risorgimentale, al distacco sempre più marcato tra governo e paese, alla perdita delle idealità che aveva fatto rifluire la vita politica nella routine e nell'utilitarismo, quando non nella corruzione. Si trattava in definitiva di affermare il carattere popolare del Risorgimento, dando una nuova dignità alle classi subalterne e chiamandole a partecipare in prima persona al compito comune: affrancando la nazione, esse avrebbero potuto affrancare se stesse, imprimendo una svolta nella storia d'Italia. Di più, battendosi contro il baluardo asburgico della reazione europea e contro il militarismo prussiano, esse avrebbero contribuito su scala nazionale e mondiale alla vittoria della giustizia sociale e della democrazia, e in definitiva della pace. In questa prospettiva, la guerra non solo non sembrava incompatibile con gli ideali democratici e socialisti, ma al contrario appariva come un'occasione, sia pure difficile e dolorosa, per la loro affermazione." (26)
Non solo, secondo Gibelli infatti "... ciò che si attendeva dalla partecipazione alla guerra era un rilancio dell'intera economia, la riconquista di un controllo sulla disciplina di fabbrica minacciata dalle lotte operaie, l'affermazione di nuove possibilità di crescita legate all'espansione territoriale e alla conquista di nuovi mercati, infine la liberazione dal peso di interessi economici stranieri, tra i quali quelli tedeschi erano molto forti in diversi settori finanziari e industriali, specialmente nell'industria elettrica." (27)
E non dimentichiamo l'amicizia con la Gran Bretagna, che aveva prestato il suo aiuto al processo di unificazione. Secondo Sergio Romano gli uomini politici inglesi che ebbero una parte di rilievo nel Risorgimento non furono filoitaliani solo per motivazioni di carattere politico, per poter frenare le ambizioni della Francia nel Mediterraneo, "ma vi fu anche, nella loro politica italiana, un intangibile quid umano e culturale. Come molti loro connazionali credettero nel Risorgimento perché il vecchio stereotipo italiano, diffuso nelle isole britanniche fin dallo scisma di Enrico VIII, si era ormai rovesciato nel suo contrario. Al posto del cortigiano intrigante, machiavellico, papista, corrotto e armato di un tagliente stiletto celato tra gli sbuffi di seta del giustacuore, era apparso un patriota nobile, generoso, pronto a sacrificarsi per la libertà del suo Paese e del genere umano. Nella società inglese di metà ottocento l'italiano non ha più i lineamenti sfuggenti e le perfide intenzioni dei personaggi del romanzo gotico. Ha gli occhi azzurri e i capelli biondi di Garibaldi, lo sguardo profondo e intenso di Mazzini, gli occhi penetranti di Cavour, appena nascosti dalle lenti ovali degli occhiali a stanghetta, la bonomia volgare e chiassosa, ma contagiosa e accattivante, di Vittorio Emanuele II. La più bella storia d'amore della cultura europea tra ottocento e novecento è quella dei rapporti tra il liberalismo inglese e il Risorgimento italiano. Pochi Paesi hanno tanto amato l'Italia quanto la Gran Bretagna durante le tre generazioni che corrono tra la difesa della Repubblica romana del 1848 e il suo ingresso in guerra a fianco egli alleati nel maggio del 1915." (28) La Gran Bretagna fu così il padrino dell'Italia unita e l'Italia attribuì sempre molta importanza al parere dell'Inghilterra prima di prendere decisioni in politica estera.
Anche con la Francia, con la quale vi era un'evidente affinità culturale, i rapporti erano migliorati, con i trattati e la collaborazione degli anni precedenti.
Queste due nazioni, Gran Bretagna e Francia, rappresentano inoltre due democrazie, simili per ordinamento statuale alla giovane Italia. Noi continuiamo a ritenere che da un punto di vista costituzionale si fronteggiassero democrazie e autocrazie. Luciano Canfora ha giustamente evidenziato la complessità della questione anche per la presenza nell'Intesa della Russia zarista. E pur tuttavia, da un punto di vista giuridico è innegabile come i sistemi britannico e francese siano nettamente più liberali e democratici di quelli tedesco ed austriaco. In particolare esaminando il sistema costituzionale britannico appare evidente la differenza. Tralasciamo la secolare storia delle conquiste delle libertà pubbliche attraverso le quattro pietre angolari rappresentate da atti quali la Magna Charta , la Petion of Right, l'Habeas Corpus e la Bill of Rights. Esaminando il sistema dei poteri, sostanzialmente, " il Monarca non può compiere altri atti che quelli propostigli dai suoi ministri, che ne assumono la responsabilità. Il che si traduce nella classica formula: il monarca regna ma non governa." Quanto alla nomina del primo ministro "anche siffatto potere, in apparenza discrezionale, è invece sostanzialmente vincolato. A seconda dell'esito delle elezioni, il Monarca chiamerà alla guida del Governo il leader del partito vincente, che gode della maggioranza parlamentare alla camera dei Comuni" "In conclusione, sembra sia tuttora pienamente valido quanto osservava Walter Bagehot, scrivendo all'epoca della Regina Vittoria: " In una Monarchia parlamentare come la nostra, il Monarca ha tre poteri: il diritto di essere consultato, il diritto di incoraggiare e il diritto di ammonire. Ed un monarca sagace non vorrà averne altri, constatando che il fatto di non avere altri poteri gli consentirà di usare questi con singolare efficacia." (29)
Anche il sistema francese della Terza Repubblica può essere considerato liberale e democratico e può essere qualificato come parlamentare-assembleare. Il governo era infatti strettamente dipendente per la permanenza in carica dalla fiducia di un parlamento eletto.
Molto diverso era invece l'ordinamento nell'Impero tedesco. "Al vertice dello stato, il Kaiser, che era contemporaneamente capo dell'esecutivo. Per l'attività di governo, tuttavia egli si avvaleva della collaborazione del Cancelliere, responsabile solo di fronte allo stesso Kaiser, che lo nominava e poteva revocarlo ad libitum. Vi erano due camere: quella alta (Budesrat) rappresentativa dei 25 Stati membri e quella bassa (Reichstag) di elezione popolare. Non era prevista alcuna forma di responsabilità dell'esecutivo di fronte alle camere, cui spettava solo la funzione legislativa e di approvazione del bilancio. Per converso il kaiser in quanto re di Prussia, poteva controllare i voti di questo Stato al Bundesrat e per il suo tramite, esercitare una notevole influenza sulla legislazione". (30) Ricordiamo l'importanza della Camera Alta della Prussia, lo stato più importante della federazione dove vi è una rappresentanza per ceto, un terzo ai grandi proprietari, un terzo all'alto funzionariato ed ai capi militari ed un terzo a tutti gli altri, e di conseguenza la forza dei partiti di centro o socialista era sempre in minoranza. . "La Camera Alta prussiana è il luogo dove in sostanza si decidono le sorti del paese, perchè è immediata proiezione della corte dei gruppi dirigenti, ed è al riparo da ogni sorpresa elettorale." (31)
Anche in Austria-Ungheria il diritto di eleggere o dimettere il primo ministro rimaneva privilegio esclusivo dell'imperatore.luigi albertini
Gli Italiani, quindi, benchè la maggioranza fosse contraria all'intervento, avevano comunque sentimenti più favorevoli a Gran Bretagna e Francia rispetto all'Austria, nei confronti della quale permaneva risentimento e diffidenza. Luigi Albertini, nel secondo dei tre volumi su "le Origini della Guerra del 1914" cita a tal proposito alcuni episodi per evidenziare come la maggioranza dei politici e l'opinione pubblica vedesse in Vienna il vero nemico. "Albertini cita l'allora ambasciatore russo a Roma, Anatoli Krupenski, il quale il 30 giugno telegrafa al suo ministro degli esteri, Sergei Sazanov, sottolineando che in un cinematografo della capitale il pubblico, appresa la morte dell'Arciduca "aveva chiesto la Marcia Reale suonata fra gli applausi"; lo stesso notava l'ambasciatore inglese, per cui gli Italiani" in generale" avevano considerato "provvidenziale" quell'assassinio. Ai diplomatici stranieri non era sfuggita la "freddezza" con cui il ministro degli Esteri italiano, Antonino Paternò-Castello Marchese di San Giuliano, aveva commentato la notizia dell'assassinio in Parlamento, tanto da suscitare la critica dei socialisti sull'Avanti. Ancora di San Giuliano così lo comunicava per telefono al presidente del Consiglio Antonio Salandra:" Sai, ci siamo liberati da quella noiosa faccenda di Villa d'Este". Allora erano infatti in corso trattative per l'acquisto da parte dello stato italiano della Villa a Tivoli, che apparteneva proprio a Francesco Ferdinando. Questi era particolarmente inviso a Roma per le sue ripetute dichiarazioni di volersi riprendere Veneto e Lombardia. E la diatriba sul prezzo di Villa d'Este stava diventando un affare di stato, complicato proprio dalle rispettive ambizioni sui Balcani, aggravate dalle mire austriache sull'Albania. Concludeva Albertini: l'Italia si trovava così in una "situazione paradossale". Così riassunta: "Eravamo alleati per non essere nemici, ma l'inimicizia prorompeva ad ogni istante malgrado l'alleanza." (32)
In quei giorni, in cui si decisero le sorti dell'Italia, inoltre accaddero fatti ancora più gravi che non potevano che spingere l'Italia lontano da Germania e Austria.
La Germania, infatti, violando la neutralità del Belgio, lo invade e si accanisce sulla popolazione civile massacrando e deportando anche donne e bambini in spregio non solo alle più semplici e basilari norme di umanità ma anche in spregio al diritto internazionale ( consuetudinario e al terz'ultimo paragrafo del preambolo della IV Convenzione dell'Aja del 1907, la cosiddetta "clausola Martens"). Non solo, pochi giorni prima che l'Italia sottoscrivesse il Trattato di Londra la Germania utilizza per prima i gas contro le truppe nemiche, violando le norme e i principi del Diritto Internazionale ( la II Dichiarazione dell'Aja del 1899 e l'art 23 a) del Regolamento annesso alla IV Convenzione dell'Aja del 1907, nonché, in merito al divieto dell'uso di armi capaci di causare mali superflui o sofferenze inutili violando il preambolo della Dichiarazione di San Pietroburgo del 1869, i regolamenti annessi alla II Convenzione dell'Aja del 1899 e alla IV Convenzione dell'Aja del 1907 all'art. 23 e) ). E' vero che le potenze dell'Intesa compirono le stesse atrocità nei confronti degli indigeni delle colonie. Tuttavia il fatto che tali ignominie fossero state perpetrate in Europa contro la popolazione di un paese neutrale alimentò i sentimenti di orrore e di astio nei confronti dei tedeschi.
Faceva purtroppo parte della cultura militarista di quella Germania, l'attrazione per la guerra e la conquista, una visione della vita fondata sulla forza guerriera, la disciplina militare ed il coraggio e purtroppo la violenza.
"Nell'impero tedesco, dopo le strepitose vittorie militari che avevano portato alla sua formazione, il militarismo divenne cultura egemone, come egemone era l'aristocrazia militare nello stato prussiano e nella società tedesca.... Il culto tedesco per l'uomo marziale portò alla militarizzazione della vita civile e della borghesia, come non accadeva in nessun altro paese europeo, mobilitando anche le classi popolari sotto le bandiere di un nazionalismo orgoglioso e minaccioso. In nessun altra nazione europea come in Germania il militarismo riuscì a impregnare la modernità di spirito nazionale, contribuendo all'elaborazione di una dottrina della guerra come fattore integrante della civiltà moderna e strumento supremo per la sua affermazione. Questa concezione ebbe una sistematica elaborazione nella cultura tedesca, dove divenne il fulcro della filosofia della grande potenza, della Realpolitik e della Weltpolitik, che ispirarono le ambizioni imperialiste della Germania di Guglielmo II, nel mito di una missione nazionale e universale del popolo tedesco, che reclamava per investitura divina la propria aspirazione a diventare una grande potenza mondiale. Nell'ideologia militarista germanica, sintesi di storicismo hegeliano, di millenarismo luterano e di darwinismo sociale, erano accolte ed esasperate tutte le motivazioni esaltanti la necessità storica e biologica della guerra per lo sviluppo dell'umanità." (33)hegel
Scriveva a tal proposito Hegel che la guerra era la salute etica dei popoli.
Ma vi era qualcosa di più. Si diffuse in Germania il pensiero di Nietzsche. L'idea della ricerca dell'uomo nuovo, del superuomo. Il trionfo di Dioniso e delle forze vitali contro il nichilismo del mondo moderno e la metafisica di quello antico attraverso una catastrofe rigeneratrice della civiltà.Nietzsche
Scrive Nietzsche: "... divenire indifferenti agli stenti, alle avversità, alle privazioni, persino alla vita. Essere pronti a sacrificare degli esseri umani alla propria causa, senza escludere noi stessi. Libertà significa che gli istinti virili, gli istinti che gioiscono della guerra e della vittoria , hanno la signoria su altri istinti, per esempio quello della "felicità". L'uomo divenuto libero, e tanto più lo spirito divenuto libero, calpesta la spregevole sorta di benessere di cui sognano i mercanti, i cristiani, le mucche, le femmine, gli inglesi e gli altri democratici. L'uomo libero è guerriero." (34)
E a proposito della naturale propensione alla conquista dei tedeschi scrive ancora Nietzsche in "Al di là del bene e del male" :" Esistono due tipi di genio: uno che vuole soprattutto generare e genera e un altro che si lascia volentieri fecondare e partorisce. E allo stesso modo ci sono tra i popoli geniali quelli ai quali è toccato in sorte il problema femminile della gravidanza e il compito segreto della formazione, della maturazione, del compimento - i Greci per esempio furono un popolo di questo tipo, e così i Francesi - ; e altri che devono fecondare e diventare l'origine di nuovi ordinamenti di vita, - come gli Ebrei, i Romani, e chiediamocelo in tutta modestia, i Tedeschi? – popoli tormentati e incantati da febbri sconosciute e inarrestabilmente spinti al di fuori di sé, innamorati e avidi di razze estranee ( di quelle che si "lasciano fecondare"-) e perciò avidi di dominio come tutto ciò che si sa colmato di forza creativa e di conseguenza " di grazia divina". Questi due tipi di genio si cercano come l'uomo e la donna; ma essi si fraintendono anche, l'uno con l'altro – come l'uomo e la donna."
A proposito del concetto di potenza, così importante per i Tedeschi, Scrive Rosario Romeo che: " conteneva in sé tale virtù, creativa e distruttiva insieme, che storicamente esso ha rivelato una positiva fecondità solo quando accanto ad esso è esistito un grande ideale, di civiltà e di cultura che è riuscito a dominarlo e a servirsene ai propri fini. Finchè lo spirito tedesco conservò la forza creativa dell'età classica, finchè durò l'impeto di libertà levatosi nell'età della riforma prussiana e delle guerre di liberazione, i contrari impulsi e motivi che con esso erano mescolati vennero contenuti e dominati.
Fu col 48', quando si rivelò a pieno il fallimento degli ideali di libertà e umanità dell'età precedente, e lo stato prussiano rimase in campo come unica forza reale della nuova Germania che si ebbe la crisi decisiva nella vita spirituale della Germania: e appunto per questo il 48' e non il 66', ci par che rimanga l'anno fatale della storia tedesca dello scorso secolo. Allora veramente Stato e potenza divennero fini in sé stessi, senza che valori più alti li dominassero." (35)
Ma vi era anche qualcos'altro che giaceva nell'inconscio collettivo germanico.
Forze oscure e irrazionali, che sembrano uscire dall'abisso del tempo al suono di tamburi primitivi,
e avvolgono le parole di Nietzsche di luce sinistra. Forze che hanno affascinato una civiltà.
"L'ossessione della morte, dopo il Medio Evo, non ha cessato di perseguitare la cultura tedesca. Il richiamo alle potenze della distruzione, nell'inconscio germanico, l'istinto di morte che, periodicamente, ritorna a invaderlo al punto da sconvolgere in modo durevole le pulsioni elementari dell'istinto di conservazione di tutto un popolo e gettarlo nelle più chimeriche imprese guerriere, sono state sempre sfruttate in modo più o meno sistematico dai capi religiosi e politici dalla Germania imperialista, fino alla caduta del nazionalsocialismo" (36)
L'Italia non volle marciare al fianco di questa follia distruttiva, come ahimè fece qualche decennio più tardi.
Scelse di stare con gli amici inglesi, i cugini francesi, di completare il Risorgimento in nome delle ceneri dei padri, in onore dei precedenti sacrifici. E scelse di combattere. Per guadagnare sul campo una vittoria e la libertà per italiani ancora sotto il giogo straniero. Una libertà che altrimenti sarebbe stata incerta e nelle mani di altri.
E l'Italia vinse. Con immensi sacrifici, ma vinse. E gli Italiani furono finalmente uniti. E contrariamente a quanto sostiene Harold Nicolson che la politica estera italiana sia stata transitoria, l'Italia acquisì negli anni successivi al conflitto il peso di una grande potenza.
Altre questioni da discutere non ve ne sono. I fatti sono certi, chiari e cristallini come acqua di rugiada.
Vogliamo solo accennare, perché anche questo esula dal processo, alla questione costituzionale del supposto colpo di stato. Carlo Ghisalberti ha anche scritto che "in realtà l'adesione italiana al patto di Londra con la conseguente dichiarazione di guerra all'impero austro ungarico era stata fatta il 26 aprile 1915 dal governo in base a quell'art. 5 dello Statuto che aveva garantito a Giolitti la copertura sovrana per la condotta della guerra libica, tenendo estraneo il parlamento ad ogni decisione in materia." Rassegnando le dimissioni il governo "mostrava in questo modo di rispettare nella sua interezza la prerogativa regia senza però apparire del tutto insensibile al dissenso manifestato da una parte dell'assemblea elettiva nei confronti di una partecipazione alla guerra. Respingendo le dimissioni del Governo e invitandolo a presentarsi alle Camere, il sovrano ribadiva definitivamente la scelta interventista che il Parlamento mostrava subito di accettare conferendo i pieni poteri al Ministero il 20 maggio 1915" (37)
Giolitti rifiutò l'incarico. Il parlamento quindi approvò, a scrutinio segreto, la scelta del sovrano e le decisioni del governo. Per paura della piazza? Di una minoranza? Non ci sembra che ricorrano i presupposti per parlare di colpo di stato.
Non è questo il momento per affrontare il tema della conduzione della guerra. Per processare e condannare il metodo di comando del generale Cadorna che tanti morti ha provocato. Pensando a questi ultimi non possiamo che raccoglierci in un dolente silenzio. Per evidenziare che le vittime delle guerre sono sempre operai e contadini, mentre il grande capitale coglie al volo le migliori occasioni o le crea. E' la storia del mondo.
Non è questa l'occasione per tematiche di politica interna che esulano dal presente giudizio, come le conseguenze che la guerra ebbe sulla politica italiana, con la scomparsa di un mondo, quello liberale, e l'ingresso sulla scena delle masse socialiste e cattoliche, per finire con la nascita del Fascismo e con la dittatura. Non è questa l'occasione, né il momento.
L'accusa ha tentato di sviare il thema decidendum, aggiungendo questioni estranee all'oggetto del giudizio per aggravare la posizione dell'imputata.
Quello che interessa a questa Suprema Corte oggi, è invece giudicare soltanto il comportamento che l'Italia ebbe, con il suo ingresso nel primo conflitto mondiale, nei confronti degli altri stati sullo scacchiere internazionale. Fu tradimento? Cominciammo la guerra con un alleato e la finimmo con un altro?cesare battisti
Noi siamo certi che non fu così. Non lo fu né giuridicamente né moralmente. Siamo sicuri di averlo dimostrato, in questa aula, in cui il nostro pensiero va a tutti i caduti ed agli invalidi che hanno sacrificato la loro vita per una parola: l'Italia. (Qualcuno fra il pubblico urla: "Sì, per i ricchi!!!" Qualcun altro "cosa frega al povero essere italiano o austriaco?). "turati

L'avvocato si ferma un attimo. Io penso alle parole di Turati quando in un commosso discorso in Parlamento disse" noi restiamo socialisti ... faccia la borghesia italiana la sua guerra ... nessuno sarà vincitore, tutti saranno vinti". Penso anche a Cesare Battisti. E mi commuovo io.
L'avvocato ricomincia e conclude.

"Non è retorica dare un significato mistico alla parola Italia. Un giovane stato, un'antichissima civiltà. Sentire un profondo legame spirituale con i nostri soldati.
Chiediamo, dunque, a questa Corte, oggi, in quest'aula, austera ed antica come il tempo ed ora anche affollata di un pubblico rumoroso e colorato, la piena assoluzione dell'imputato perché il fatto non sussiste o perché l'imputato non lo ha commesso."

L'avvocato dell'Italia termina così la sua lunga arringa, in questo tribunale immaginario della Storia. Si siede esausto. E pensieroso.
Mi sembra invecchiato di cento anni.
La corte si alza ed esce per deliberare in una stanza attigua.
Non è ancora rientrata.
Dimenticavo.
Seduta al banco degli imputati, l'Italia, una bellissima donna senza età avvolta in un vestito tricolore, si volta e mi sorride."

                                                                                                                                    Lorenzo Bianchi                                                                                                                                      

 

 

 

 

(1) Parte del testo del Trattato della Triplice Alleanza e dichiarazione italiana.
PREAMBOLO
Le LL. MM. L'Imperatore d'Austria, l'Imperatore di Germania e il Re d'Italia .... si sono accordati di concludere un trattato che, per la sua natura essenzialmente conservatrice e difensiva, non persegue che lo scopo di premunirli contro i pericoli che potrebbero minacciare la sicurezza dei loro Stati e la tranquillità dell'Europa.

Art. 1. Le Alti Parti contraenti si promettono pace ed amicizia e non entreranno in nessuna alleanza o impegno diretto contro alcuno dei loro Stati. Esse s'impegnano a venire ad uno scambio di idee sulle questioni politiche ed economiche di indole generale che potessero presentarsi, e si promettono inoltre il loro mutuo appoggio nel limite dei loro propri interessi.
Art. 2. Nel caso che l'Italia, senza provocazione da parte sua, fosse per qualunque motivo attaccata dalla Francia le due altre Parti contraenti saranno tenute a prestare alla parte attaccata aiuto assistenza con tutte le loro forze. Questo stesso obbligo incomberà all'Italia nel caso di una aggressione, non direttamente provocata, della Francia contro la Germania.
Art. 3. Se una o due delle Alte Parti contraenti, senza provocazione diretta da parte loro, venissero ad essere attaccate e a trovarsi impegnate in una guerra con due o più grandi potenze non firmatarie del presente trattato, il casus foederis si presenterà simultaneamente per tutte le Alte Parti contraenti.
Art. 4. Nel caso che una grande potenza non firmataria del presente trattato minacciasse la sicurezza degli Stati di una delle Alte Parti contraenti e la parte minacciata si vedesse perciò costretta a farle guerra, le due altre Parti si obbligano ad osservare verso la loro alleata una neutralità benevola. In questo caso ciascuna di esse si riserva la facoltà di prendere parte alla guerra, se lo giudichi opportuno, per fare causa comune con il suo alleato.
Art. 5. Se la pace di una delle Alte Parti contraenti venisse ad essere minacciata nelle circostanze previste dagli articoli precedenti, le Alte Parti contraenti si concerteranno in tempo utile sulle misure militari da prendere in vista di una eventuale cooperazione. Esse si impegnano fin da ora, in ogni caso di partecipazione comune ad una guerra, a non concludere né armistizio né pace né trattato, che di comune accordo fra loro
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Art. 7. ....... In ogni modo, nel caso che, in forza di avvenimenti, il mantenimento dello statu quo delle regioni dei Balcani o delle coste ed isole ottomane nell'Adriatico e nel Mar Egeo divenisse impossibile e che, sia in conseguenza dell'azione di una terza Potenza, sia altrimenti, l'Austria-Ungheria o l'Italia si vedessero nella necessità di modificarlo con un'occupazione temporanea o permanente da parte loro, quest'occupazione non avrà luogo che dopo un preventivo accordo fra le due Potenze, fondato sul principio di un compenso reciproco per qualunque vantaggio territoriale o d'altra natura che ciascuna di esse ottenesse in più dello statu quo attuale, e che dia soddisfazione agli interessi e alle pretese ben fondati delle Parti.

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Il Regio Governo italiano dichiara che le stipulazioni del Trattato concluso il 20 maggio 1882 fra Italia, l'Austria-Ungheria e la Germania non potranno, come già è stato convenuto, in alcun caso essere considerate come dirette contro l'Inghilterra [...]

(2) Emilio Gentile – Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo – Editori Laterza – 2014 – pagg. 56,58.
(3) Gian Enrico Rusconi – 1914: attacco a occidente – il Mulino – 2014 – pag. 215.
(4) Gianni Pieropan – Storia della Grande Guerra sul fronte italiano 1915-1918 – Mursia – 1988 – pag. 44.
(5) Ibidem – pagg. 46-47.
(6) Harold Nicolson – Storia della Diplomazia – Corbaccio – 1995 – pagg. 115-116
(7) Denis Mack Smith – Storia d'Italia – 1861/1969 – Biblioteca Universale Laterza – 1982 – pag. 453
(8) Luciano Canfora – Sellerio editore Palermo – 2014 – pagg. 35-36
(9) Emilio Gentile – Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo – Editori Laterza – 2014 – pag. 76
(10) Mario Isnenghi e Giorgio Rochat – La Grande Guerra 1914-1918 – il Mulino – Storia d'Italia nel secolo ventesimo pag. 141.
(11) Antonio Gibelli – La Grande Guerra degli Italiani 1915-1918 – BUR Rizzoli Storia – 2014 – pag. 27.
(12) Emilio Gentile – Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo – Editori Laterza – 2014 – pag. 79.
(13) Carlo Ghisalberti – Storia Costituzionale d'Italia 1848-1948 – Biblioteca Universale Laterza – 1994 – pag. 321.
(14) Mario Isnenghi e Giorgio Rochat – La Grande Guerra 1914-1918 – il Mulino – Storia d'Italia nel secolo ventesimo pag. 145.
(15) Ibidem – pag. 145.
(16) Ibidem – pag. 146.
(17) Denis Mack Smith – Storia d'Italia – 1861/1969 – Biblioteca Universale Laterza – 1982 – pag. 452.
(18) Mario Isnenghi e Giorgio Rochat – La Grande Guerra 1914-1918 – il Mulino – Storia d'Italia nel secolo ventesimo pag. 83.
(19) Ibidem – pag. 82.
(20) Ibidem – pag. 82.
(21) Denis Mack Smith – Storia d'Italia – 1861/1969 – Biblioteca Universale Laterza – 1982 – pag. 433.
(22) Gian Enrico Rusconi – 1914: attacco a occidente – il Mulino – 2014 – pag. 211.
(23) Ibidem – pag. 201.
(24) Documenti Diplomatici Italiani – V, 1, n. 2.
(25) Lucio Villari – Quaderno Affricano – Giunti – 1995 – pag. 9.
(26) Antonio Gibelli – La Grande Guerra degli Italiani 1915-1918 – BUR Rizzoli Storia – 2014 – pag. 44.
(27) Ibidem – pagg. 27-28.
(28) Sergio Romano – I Luoghi della Storia – Rizzoli – 2000 – pagg- 278-279.
(29) Pier Giorgio Lucifredi – Appunti di Diritto Costituzionale Comparato – Il Sistema Britannico – Giuffrè Ediotre – 1988 – pagg. 19,21,22.
(30) Pier Giorgio Lucifredi - Appunti di Diritto Costituzionale Comparato – Il Sistema Tedesco – Giuffrè Editore – 1992 – pag. 4.
(31) Luciano Canfora – Sellerio editore Palermo – 2014 – pagg. 34.
(32) Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – Sette n. 29 del 18.07.2014 – pagg. 94-95.
(33) Emilio Gentile – L'Apocalisse della Modernità – Oscar Mondadori – 2014 – pagg. 116-117.
(34) Ibidem – pagg. 144-145.
(35) Giuseppe Galasso – Storici Italiani del Novecento – il Mulino – 2008 – pag. 282.
(36) Rene Alleau – Le Origini occulte del Nazismo – Edizioni Mediterranee – Didascalia immagine n. 42.
(37) Carlo Ghisalberti – Storia Costituzionale d'Italia 1848-1948 – Biblioteca Universale Laterza – 1994 – pag. 322.

 

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