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CRITICA DELLA STORIA

Quaderni di studi storici

ALESSANDRO MAGNO

alessandro magno"Considerando la grandezza delle imprese che abbiamo compiuto, soldati, non c'è da meravigliarsi che abbiate desiderio di riposo e nausea della gloria. Lasciando stare gli Illiri, i Triballi, la Beozia, la Tracia, Sparta, gli Achei, il Peloponneso, alcuni dei quali sono stati vinti sotto il mio personale comando, altri per mio ordine e sotto i miei auspici, abbiamo cominciato la guerra dall'Ellesponto, e liberato gli Ioni e l'Eolide dalla schiavitù della tirannide barbara, e teniamo in nostro potere la Caria, la Lidia, la Cappadocia, la Frigia, la Paflagonia, la Panfilia, la Pisidia2, la Cilicia, la Siria, la Fenicia, l'Armenia, la Persia, i Medi e Partiene. Ho conquistato più province che altri città, e non so se, contandole, il loro stesso numero me ne abbia sottratta qualcuna. Se credessi che il possesso delle terre che così rapidamente abbiamo conquistato fosse certo, io mi precipiterei, soldati, alla mia casa, da mia madre e dalle mie sorelle, dagli altri concittadini, anche se voi mi tratteneste, in modo da potermi godere al meglio la lode e la gloria che ho conquistato con voi, là dove ci aspettano i maggiori premi per la vittoria, la gioia delle mogli e dei genitori, il riposo della pace, il sicuro possesso di ciò che abbiamo conquistato col nostro valore. Ma in un impero nuovo, e, se vogliamo confessare la verità, precario, con i barbari che si piegano al suo giogo con il collo ancora rigido, c'è bisogno di tempo,
soldati, perché vengano a più miti consigli e l'abitudine addolcisca i loro aspri costumi. Anche le messi aspettano a tempo stabilito di maturare, anche le cose senz'anima si addolciscono secondo una loro regola. Credete che tante popolazioni, abituate a un altro nome e un altro impero, non legate a noi da comunanza di culto né di usanze né di lingua, possano essere domate nella stessa battaglia in cui sono state sconfitte? Sono le vostre armi, non la loro indole a trattenerli, quelli che vi temono presenti, saranno nemici quando sarete assenti. Abbiamo a che fare con bestie selvagge, che abbiamo catturato e rinchiuso: solo il tempo fa quello che la loro natura non può fare, le addomestica. E io parlo come se tutto quello che era in potere di Dario fosse stato sottomesso dalle nostre armi: ma Nabarzane ha occupato l'Ircania, il traditore Besso non solo possiede la Battriana, ma ci minaccia, i Sogdiani, i Dai, i Massageti, gli Indiani sono indipendenti. Tutti questi ci saranno addosso non appena vedranno le nostre schiene. Sono della stessa nazione, mentre noi siamo forestieri e stranieri. Chiunque obbedisce più volentieri ai suoi, anche quando comanda chi può piuttosto essere temuto. Perciò dobbiamo o abbandonare le regioni che abbiamo conquistato, oppure occupare quelle che non abbiamo. Come nei corpi malati i medici non lasciano niente che possa nuocere, così anche
noi, soldati, dobbiamo recidere tutto quello che è d'impedimento al nostro impero. Una piccola scintilla trascurata spesso ha provocato un grande incendio. Niente ci si può permettere di disprezzare nel nemico; quelli che disprezzi li fai più forti proprio con la tua trascuratezza. Neanche Dario ricevette in eredità l'impero persiano, ma arrivò al trono di Ciro per il favore di Bagoas, un eunuco7 – questo perché non crediate che Besso debba durare una gran fatica a occupare un regno vuoto. E noi certamente abbiamo sbagliato, soldati, se abbiamo sconfitto Dario solo per assegnare l'impero a un suo servo che, osando il delitto estremo, mise il suo re, bisognoso di un aiuto esterno e che noi vincitori avremmo sicuramente risparmiato, in catene come se fosse un prigioniero, e all'ultimo lo uccise perché noi non potessimo salvarlo. E questo voi volete tollerare che regni? Io non vedo l'ora di vederlo appeso alla croce, a scontare la pena dovuta ai re, ai popoli, alla lealtà che ha violato. Per Ercole! Se presto vi annunciassero che sta devastando le città greche o l'Ellesponto, quale non sarà il vostro dolore che Besso abbia riscosso il frutto della vostra vittoria. Allora vi precipiterete a recuperare i beni perduti, allora sì che prenderete le armi! Ma quanto è meglio distruggerlo adesso, che è atterrito e pressoché fuori di sé! Ci resta un viaggio di quattro giorni, noi che abbiamo calpestato tante nevi,
attraversato tanti fiumi, scavalcato tanti monti. Non è il mare che con le sue maree occupa la strada a fermare il nostro cammino, non le gole della Cilicia: tutto è piano e facile. Siamo sulla soglia stessa della vittoria. Ci rimangono pochi disertori, assassini del loro padrone. Una nobile impresa e da contare tra le prime della vostra gloria tramanderete alla fama e alla posterità, quella di aver vendicato perfino Dario, vostro nemico, una volta finito l'odio con la sua morte, dalla strage parricida: nessun empio sarà sfuggito alle vostre mani. Fatto questo, quanto più remissivi credete che saranno i Persiani, capendo che le guerre che intraprendete sono pie e che la vostra ira colpisce il delitto di Besso, non la loro nazione?".
( Discorso alle truppe)
Vedendo che voi, macedoni e alleati, mi seguite nei pericoli non più con lo stesso animo di prima, vi ho riuniti per condurvi più lontano, se riesco a persuadere voi, oppure per tornare indietro, se voi persuadete me.
Certo, se voi biasimate le fatiche fin qui sostenute, e biasimate me che vi ho guidato, allora non c'è nulla di utile che io possa dirvi. [Ma si ricordino che proprio a causa di queste fatiche] sono in no¬stro possesso la Ionia, l'Ellesponto, le due Frigie, la Cappadocia, la Paflagonia, la Lidia, la Caria, la Licia, la Panfilia, la Fenicia, l'Egitto con la Libia greca, una parte dell' Arabia, la Celesiria, la Mesopo¬tamia. Se è nostra Babilonia, e così la nazione Susiana, e i Persiani e i Medi, e le genti sulle quali i Persiani e i Medi comandavano, e quelle che non furono sotto il loro dominio, le regioni al di là delle Porte Caspie, al di là del Caucaso, il Tanai e le terre oltre il Tanai, la Battriana, l'lrcania, il mare Ircano. Se respingemmo gli Sciti fino al deserto, se oltre a tutto questo, il fiume Indo scorre attraverso una nostra terra, e così l'ldaspe, l'Acesine e l'Idraote.
Perché allora esitate ad aggiungere al nostro impero macedone l'Ifa¬si e i popoli al di là dell'Ifasi? Avete forse timore che altri barbari si oppongano alla vostra avanzata? Ma ormai alcuni di loro scendono a patti spontaneamente, altri sono catturati mentre fuggono, altri ancora dopo essere fuggiti lasciano a noi il loro paese deserto, che noi affidiamo agli alleati e a quelli che si sono accordati con noi.
lo credo che per un uomo valoroso non ci sia altro termine alle fatiche se non le fatiche stesse che lo guidano a imprese gloriose!
Così i confini del nostro impero saranno gli stessi che il dio pose alla terra.
Dunque resistete, macedoni e alleati, solo chi sopporta fatiche e accetta pericoli compie imprese gloriose, ed è dolce vivere valorosamente e lasciando una gloria immortale.
Non fu certo restando a Tirinto né ad Argo e neppure nel Pelo¬ponneso che il nosrto progenitore, Eracle, conseguì una fama così grande che da uomo divenne, o fu creduto che divenisse, Dio! [Del resto] anche noi, cosa di grande e di bello avremmo potuto compiere, se avessimo ritenuto suffìciente starcene tranquilli in Macedonia a difendere la nostra terra senza fatiche?
Se poi, mentre voi soffrite fatiche e correte pericoli, io, il vostro capo, vi avessi guidato senza partecipare ai rischi e ai travagli, allo¬ra avreste ragione di essere abbattuti nell'animo: voi soli partecipi delle fatiche, mentree i premi che da queste derivavano li procurate ad altri. Ma per noi le fatiche sono comuni a tutti, partecipiamo in modo uguale ai pericoli, e le ricompense sono a tutti accessibili.
La terra è vostra e voi ne siete i satrapi, la maggior parre delle ric¬chezze già ora finisce a voi, e quando avremo completato la conqui¬sta dell'Asia, allora, per Zeus, non solo saziandovi, ma superando perfino i vostri desideri, rimanderò in patria quelli che vogliono tornarsene, o li condurrò io stesso. E quelli che vorranno rimanere li renderò invidiabili a chi parte.

( Discorso alle truppe nel'estate del 326 a.c. sul fiume Ifasi, nell'attuale Punjab, prima di essere convinto dai suoi soldati a tornare indietro e di lasciare una colonna di bronzo con questa iscrizione "Qui si fermò Alessandro")

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